#BackToMuseums torna di nuovo in presenza, per raccogliere la testimonianza di Lorenzo Balbi, il direttore del MAMbo. Prima di percorrere in lungo e in largo gli spazi del museo – con ovvia tappa davanti al “buco” lasciato dal disegno di Aldo Giannotti abilmente rimosso da Davide Gavioli e altri con la motosega (come suggerito dallo stesso autore!) – chiediamo al Direttore cos’è il MAMbo e cosa ci dobbiamo aspettare.

IL MAMBO E BOLOGNA MUSEI
“Nonostante abbia questo nome un po’ esotico e danzereccio – racconta Balbi – che poco ha a che vedere in realtà con le tradizioni musicali bolognesi, il MAMbo è il Museo d’Arte Moderna di Bologna che fino al 2007 si chiamava Galleria d’Arte Moderna di Bologna. L’istituzione è attiva dal 1975 ed è uno dei musei pubblici dedicati all’arte moderna e contemporanea più vecchi d’Italia, il terzo per la precisione. Inizialmente ospitata in un edificio modernista costruito da Leone Pancaldi in zona Fiera proprio per essere centro di arte moderna e contemporanea, la Galleria si sposta nel 2007 dentro dentro le mura bolognesi e occupa un edificio storico conosciuto con il nome di EX forno del pane (costruito nel 1915, è qui che veniva cotto e venduto il pane durante la prima guerra mondiale). Ci troviamo nel quartiere conosciuto come Manifattura delle Arti, che è un po’ il Museum District di Bologna, la zona dell’arte contemporanea in cui si trovano importanti istituzioni, come la Cineteca, il DAMS e gallerie private che si occupano dell’indagine sulle arti visive sperimentali contemporanee.

La collezione permanente del MAMbo negli ultimi anni si è inoltre arricchita di una parte dedicata a Giorgio Morandi, che ha dato vita all’omonimo museo situato al primo piano. La sala delle ciminiere, dove sono appunto ancora ben visibili due ciminiere del forno del pane del 1915, è la sala centrale del MAMbo: il fulcro, il centro nevralgico dell’attività del museo, in cui si svolge l’intensa attività espositiva che indaga le arti visive contemporanee, con mostre di artisti più o meno noti e che in particolare si focalizza sulle nuove generazioni e sugli artisti che compongono un immaginario globale sull’arte italiana.

Il MAMbo è parte dell’Istituzione Bologna Musei, composta da 14 musei civici, che vanno dall’Archeologico, a quello della Musica, a quello Medievale e a tanti altri interessanti musei. Fanno parte dell’area dedicata all’arte moderna e contemporanea anche Casa Morandi, che è un vero sancta sanctorum, un luogo magico e importantissimo per gli appassionati; la Villa delle Rose, uno spazio espositivo in cui vengono realizzati progetti temporanei; la residenza per artisti “Sandra Natali” e il Museo per la Memoria di Ustica: un museo molto particolare, nato per volontà dell’Associazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica, sorto e attivo attorno al relitto del DC-9 che fu abbattuto il 27 giugno del 1980. Direte: come mai i Museo di Ustica all’interno di area arte moderna e contemporanea? Perché fin dall’inizio questo museo ha basato la sua linea di azione sul rapporto tra storia, memoria e indagine sul contemporaneo: già dall’apertura fu invitato un artista contemporaneo importante, Christian Boltanski, a realizzare una installazione permanente attorno al relitto”.

IL RAPPORTO CON LA CITTÀ E LA COMUNITÀ
Ormai cifra stilistica di #BackToMuseums, non può mancare un approfondimento sul rapporto del Museo con la città!

“Lavorare per un museo di arte contemporanea – prosegue Balbi – non vuol dire pensare solo ai contenuti, ma anche a essere un interlocutore privilegiato, punto di riferimento per la comunità in merito alla produzione artistica, agli scambi culturali, al networking istituzionale: intercettare i festival e qualsiasi esperienza che abbia un’idea di indagine sulle sfere della produzione culturale è l’obiettivo principale di questo museo. L’anno scorso, Questa idea di apertura e di osmosi tra interno ed esterno, di un museo pubblico che non sia solo uno spazio di esposizione ma anche di produzione, in cui comunità possa costituirsi e trovare spazio per esprimersi, si è materializzata nel modo più eclatante lo scorso anno con il progetto del Nuovo forno del pane. Durante la pandemia l’unico motivo consentito per uscire di casa era andare a lavorare: il progetto nasce dunque come un escamotage ‘perché non assumiamo degli artisti in modo che possano venire al museo?’. Per 8 mesi, dunque, il museo accantonava l’attitudine espositiva e badava, invece, a trasformarsi da centro di esposizione a centro di produzione culturale ed artistica, con la selezione di ben 13 artisti, che hanno popolato i nostri spazi e hanno costituito una comunità”.

LA MOSTRA DI ALDO GIANNOTTI E IL DISEGNO RIMOSSO CON LA MOTOSEGA
Safe and Sound di Aldo Giannotti, ideata per il MAMbo, è la prima mostra antologica dell’artista in un’istituzione italiana, a cura di Lorenzo Balbi con l’assistenza curatoriale di Sabrina Samorì, inaugurata a maggio e visitabile fino al 5 settembre 2021.

“Aldo Giannotti – racconta il direttore – nato nel 1977, toscano, di Massa, era poco noto in Italia: spero che dopo questa mostra molti di più possano conoscere e apprezzare la sua arte. Da quasi 20 anni sta a Vienna: un luogo dove ha cercato quegli spazi che purtroppo in Italia non ha trovato, dove sarebbe dovuto rimanere solamente per un periodo e invece è rimasto a lungo. Conosco Aldo Giannotti da molti anni. Un artista con cui ho un dialogo fitto, soprattutto perché si pone e pone nella sua pratica quei temi di cui stavamo parlando: il rapporto e l’interazione tra artista e spazio pubblico. Questa è una mostra che deriva da queste conversazioni, una mostra che si pone il tema della sicurezza nelle sue varie accezioni: sicurezza vuol dire salvaguardia, tutela, cura, in un certo senso protezione, però è anche un termine che si presta ad avere dei contraltari, delle ambivalenze perché essere sicuri spesso vuol dire anche essere controllati è […]

La mostra è stata pensata prima della pandemia e ha subito evoluzioni, ripensamenti, rimodellamenti. Ci sono opere, idee, e progetti che non ci siamo sentiti di buttare via e che il pubblico può vedere sui muri della reception sotto il titolo altre idee per questa mostra. Alcune idee non sono state realizzate per via della pandemia e del fatto di dover sottostare a delle regole di sicurezza diverse. […]

Quando è stata aperta ha accolto il pubblico con una modalità di visita abbastanza inusuale perché i temi della salvaguardia vengono virati completamente sulle norme del museo, quindi l’azione dell’artista investe completamente tutta la struttura museale, dove struttura non è solo l’architettura, benché l’architettura sia stata completamente virata dall’intervento dell’artista: c’è una scala gigante che permette di arrivare al piano superiore, è stato sfondato un muro che permette di visitare un’intera parte del museo, senza pagare il biglietto e c’è una stanza dentro il museo che però è fruibile solo da fuori del museo [ndr: The column], quindi tu hai un biglietto, guardi una mostra ma non puoi entrare in una stanza che è solo presente al di fuori della mostra! I guardia sala hanno un ruolo attivo, diventano parte integrante della mostra e lo stesso pubblico ha delle indicazioni dei suggerimenti da parte dell’artista per diventare opera, per diventare performer e vivere lo spazio espositivo secondo delle regole nuove, che in molti casi sfidano quelle consuetudini e quei tabù che dominano il nostro modo di vivere lo spazio pubblico e museale: ad esempio “non andare un museo fuori un orario di apertura”, invece è possibile; “non puoi andare in un museo senza pagare il biglietto” e invece è possibile; “non puoi urlare, telefonare, non puoi parlare, non puoi correre via, non puoi portare via le opere”.

E’ sull’opera The column l’ulteriore riflessione di Lorenzo Balbi:

“L’abitabilità dello spazio è sfidata all’inverosimile, perché noi stiamo dicendo: è un’area del museo che viene tirata fuori dal museo; abbiamo più o meno sdradicato una porta di emergenza del museo, che non c’è più per il periodo della mostra, e nella sagoma di quella porta è stato costruito un tunnel che porta ad una stanza chiusa, quadrata che all’interno ha una colonna. Quella colonna è del tutto simile alle altre colonne che ci sono nello spazio, non ha niente di diverso, ma è in quel momento fuori dal museo ed è fruibile 24 ore su 24. È proprio la quintessenza del museo aperto, senza barriere tra interno ed esterno.”

Non poteva mancare un passaggio sull’opera della motosega:

“Anche questa è stata pensata da Aldo Giannotti come ulteriore ribaltamento. Una riflessione sull’arte urbana, tema assai vivo fecondo a Bologna, anche in relazione alla vicenda, ancora dibattuta, di questa mostra in cui sono state esposte delle opere di famosi artisti di arte urbana, opere che sono state strappate dai muri e poi ricollocate all’interno del museo. Ho una mia posizione ovviamente, ma sono molto contento che questa sia materia viva e che ci sia modo di discuterne e Aldo Giannotti voleva dare il suo contributo a questa discussione. Quindi se da un lato a Bologna è successo recentemente che per una mostra sono state staccate delle opere dallo spazio pubblico e sono state portate all’interno di uno spazio museale privato tra l’altro, in questo caso l’artista sfidava, ribaltava questo concetto e sfidava il pubblico e le consuetudini museali e faceva un’opera dentro il muro del museo che era destinata ad essere strappata in modo, anche violento e eclatante… portata fuori, nella città!”.

Ma quali sono state le reazioni?

“Esiste un antefatto – spiega Balbi – non è la prima volta che Aldo Giannotti ed io facciamo del casino insieme! Abbiamo realizzato una trasmissione televisiva su Sky Arte, che si chiamava Pomilio Blumm Prize e che – benché non l’abbiamo mai detto – aveva una struttura da contest che nell’arte è un po’ un tabù… Era un mettersi in gioco con dei linguaggi diversi e con un pubblico che non è quello che viene al museo. Fare una cosa in TV vuol dire avere un certo tipo di mediazione dei contenuti culturali. Il programma è stato anche criticato, ma sono molto contento di essermi messo alla prova con la volontà di avvicinare un pubblico più ampio ai nostri temi e dimostrare che non sono solo cose campate per aria, ma c’è dietro un pensiero, una riflessione e quella trasmissione aveva il merito di far vedere cosa vuol dire fare l’artista, cosa sta dietro la realizzazione di un’opera, anche se alcuni gesti – come quelli di Aldo Giannotti- possono sembrare estemporanei, e invece no… c’è una pratica dietro, ci sono dei rimandi, ci sono delle ricerche approfondite su quello e che si arriva poi ad un gesto ecc.

Stavolta l’abbiamo fatta un po’ più grossa! Benché fossi pienamente cosciente che la cosa sarebbe potuta accadere, confesso, anche se non mi crede nessuno, che non era premeditata! Noi non conoscevano le persone che sono venute a tagliare l’opera dal muro e non abbiamo organizzato la cosa. Tra l’altro se vogliamo pensare al momento migliore in cui questo episodio poteva accadere, certamente non sarebbe stato all’inizio della mostra… Quindi non è stata organizzata e soprattutto, ma questo forse anche perché non è il nostro mestiere, non abbiamo potuto coordinare l’uscita della notizia: io non ero neanche al museo, sono rientrato in museo con l’opera che non c’era più!

Poi lì è successo il caos. Il giorno dopo c’è stato un momento di follia generale su questo tema, siamo finiti al TG1 delle 20:00 che è una cosa se vogliamo assurda ma dall’altro lato molto interessante perché far finire al TG1 delle 20:00 l’arte contemporanea non è cosa banale! Mettendo tutto sulla bilancia sono molto soddisfatto. Penso che questo abbia creata molta curiosità. Anche se chi vede una cosa del genere – un video da un minuto o un post su Facebook – può dire che è “una boiata”, noi poi diciamo ‘Sì, il gesto potrà essere “una boiata” ma noi ci teniamo a dirti anche che quel gesto è inserito in un certo tipo di riflessione, fatto in un museo e un museo è fatto di fattori raccontati prima. Quindi la reazione, il problema o meglio l’ambizione è raccontare il perché abbiamo deciso di realizzare tutto questo”.

Fonte: https://agcult.it/a/41240/2021-07-05/il-vecchio-panificio-trasformato-in-luogo-di-produzione-culturale-e-il-mambo-di-bologna