I settori culturali e creativi sono stati tra quelli più duramente colpiti dalla crisi pandemica ancora in atto e la ragione sta anche nel fatto che, a differenza di altri settori produttivi, l’estrema frammentazione che li caratterizza e in particolare il peso percentualmente elevato delle micro-imprese e dei profili professionali individuali rende difficile sia individuare e raggiungere gli operatori che immaginare azioni di sostegno organiche ed efficaci nel breve termine. A questo si aggiunge uno storico ritardo nel far evolvere il sistema statistico di classificazione delle attività produttive (i famosi codici Ateco) in modo da cogliere in modo preciso e adeguato le specificità dei settori culturali e creativi, che oggi sono letteralmente sparpagliati in una miriade di caselle diverse, che spesso condividono con attività di natura molto differente, rendendo ancora più difficile una percezione unitaria e coerente di questi settori e delle loro complesse interdipendenze strutturali.
Un ulteriore problema che aggrava la situazione dei settori culturali e creativi in questo momento di crisi è l’incapacità da parte di tanti, troppi attori chiave del sistema decisionale delle nostre politiche pubbliche di farsi un’idea sensata del ruolo e dell’importanza della produzione culturale nel funzionamento dei nostri sistemi sociali ed economici, con il risultato di coglierne e interpretare le criticità in modo troppo semplificato e riduttivo, come risulta anche da qualche infelice battuta recente di protagonisti di spicco della nostra vita politica, che si aggiunge purtroppo a una lista talmente lunga e nutrita da perdersi nei recessi della memoria.
La conseguenza di ciò è che alcune iniziative di sostegno pubblico sono state intraprese, ma hanno interessato alcuni settori e non altri, e soprattutto hanno particolarmente trascurato proprio la parte più debole del sistema, quella delle micro-imprese e dei profili professionali individuali, che si trovano così ad affrontare questa crisi pressoché senza rete, con il tristemente prevedibile esito di impoverire in modo importante il tessuto produttivo della cultura e della creatività nel nostro Paese.
Non si dovrebbe poi commettere l’errore di pensare che queste micro-imprese e professionisti siano in realtà una frangia marginale del sistema: nel mondo della cultura, è tutt’altro che improbabile che essi possano giocare in molti casi un ruolo importante nei rispettivi settori per le loro competenze, per la loro storia, per le loro reti di collaborazione (che nei processi creativi hanno quasi sempre un ruolo fondamentale). Pensare di salvare questi settori concentrandosi soltanto sulle realtà e sulle istituzioni di maggiore dimensione rappresenterebbe quindi un errore grave, che pagheremmo molto caro soprattutto alla luce dell’importanza che si continua ad attribuire, almeno a parole, alla cultura e alla creatività nel processo di ricostruzione economica e sociale della fase post-pandemica.
L’esplosione di questa crisi diventa così un momento spartiacque, perché si trasforma inevitabilmente in un vero e proprio momento della verità circa la reale disponibilità del sistema-Paese a prendere o meno la cultura sul serio. D’altra parte, quello stesso sistema-Paese deve ora affrontare una sfida formidabile: quella di utilizzare l’ingentissima quantità di risorse che sarà erogata nei mesi a venire dai vari meccanismi di sostegno messi a disposizione dall’Europa, primo tra tutti il Recovery Fund, ma non dimentichiamoci delle risorse che sono già disponibili by default, come quelle della politica di coesione che proprio nel 2021 inizia il suo nuovo ciclo e che, come è noto, finiscono a volte per essere spese poco e male proprio dalle Regioni che potrebbero beneficiarne di più e che ne sono più dotate, in primis quelle del Mezzogiorno.
ORIZZONTI EUROPEI
La gestione dell’emergenza presenta due facce, che sono di fatto complementari e non facilmente distinguibili l’una dall’altra: la creazione di reti di sicurezza per evitare la disgregazione di fatto del tessuto produttivo della cultura e della creatività, e le strategie di rilancio e sviluppo strutturale per questi settori, che si inseriranno a loro volta nel quadro di quelle per l’intero sistema-Paese.
In primo luogo, abbiamo bisogno di una governance intelligente dei processi di innovazione a base culturale e creativa. Il futuro della cultura non dipende soltanto dal consolidamento e dall’espansione della base di pubblico pagante per le mostre, gli spettacoli e lo streaming digitale, ma anche, e per certi versi soprattutto, dalla capacità di riconoscere e facilitare la crescente interrelazione tra la cultura e le più importanti sfide sociali del nostro tempo: dalla salute alla coesione sociale all’ambiente. È questo l’indirizzo chiaramente espresso dalla Nuova Agenda Europea della Cultura, il fondamentale documento alla base del nuovo ciclo di politica culturale europeo, pubblicato nel 2018, che fa già sentire i suoi effetti nei primi indirizzi del ciclo di programmazione 2021-27, ad esempio nella struttura e nei temi del programma quadro Horizon Europe. La cultura può contribuire a un nuovo sistema di welfare, come già suggerito dal rapporto pubblicato del dicembre dello scorso anno dal WHO e come documentato ormai da una miriade di esperienze e sperimentazioni in corso in tutto il mondo.
La cultura è fondamentale nell’affrontare i grandi temi della coesione sociale, come quello della costruzione di una società inclusiva e multiculturale – e non a caso Horizon Europe dedica alle problematiche legate alla dimensione sociale delle migrazioni una parte importante del Cluster 2, significativamente denominato Cultura, creatività e inclusione sociale. La cultura potrà fare molto anche per le sfide legate al cambiamento ambientale, che richiedono in primis un cambiamento negli atteggiamenti e nelle modalità di uso delle risorse, ad esempio nello sviluppo e nell’adozione di veri modelli di economia circolare.
Tutte queste nuove prospettive, che nel linguaggio della Nuova Agenda Europea della Cultura vengono definite come crossover culturali, ovvero come sintesi generative tra elementi diversi, non diversamente da quanto accade nella determinazione del corredo genetico del nuovo individuo a partire da quello dei genitori, aprono evidentemente la strada a nuove forme di sostenibilità della cultura, a nuove figure professionali e a sviluppi che siamo in grado di anticipare oggi soltanto in parte. Ma per dare vita davvero a un sistema di welfare culturale o a una nuova socialità culturale inclusiva c’è bisogno di andare oltre la logica delle mille piccole sperimentazioni dal basso (che pure hanno e avranno un ruolo fondamentale), per iniziare a integrare questi temi in una vera agenda politica nazionale.
È per questo che il primo tema che emerge nello scenario post-pandemico è quello di dare vita a un centro di competenze che possa supportare questa trasformazione offrendo ai decisori politici e ai policy maker gli elementi di cui hanno bisogno per prendere decisioni efficaci e informate, analogamente a quanto fa oggi NESTA nel Regno Unito. Come è noto, NESTA ha anche una filiale italiana, che però è molto più centrata sulla dimensione sociale che su quella culturale. Un centro di competenze di questo tipo sarebbe soprattutto indispensabile proprio nella fase di progettazione e di implementazione delle azioni che saranno finanziate dal Recovery Fund e dagli altri strumenti con finalità complementari, per evitare quel drammatico esito visto già tante volte, ad esempio nell’impiego dei fondi delle politiche di coesione, PON in primis: la trasformazione del bacino delle risorse in una torta da fare a fettine e da distribuire secondo logiche purtroppo ben note, con un impatto di medio-lungo termine prossimo allo zero. Se accadesse anche stavolta in una situazione come quella che ci troveremo ad affrontare, sarebbe davvero il de profundis non soltanto per la cultura ma per il Paese: non ci sarà una seconda possibilità.
UNA NETFLIX RAI PER LA CULTURA
Un secondo tema che si prospetta nello scenario post-pandemico è quello dell’innovazione a base digitale. La digitalizzazione della produzione e dell’accesso culturale è una tendenza ormai già in atto da anni, ma è indubitabile che la pandemia ne abbia accelerato vertiginosamente lo sviluppo. Quello che sta emergendo dalle sperimentazioni in corso, spesso messe in piedi in modo pronto e coraggioso dalle istituzioni più intraprendenti e soprattutto in grado di intraprendere, potendo contare su una base adeguata di risorse umane e finanziarie, è che la dimensione digitale non va considerata come antagonista a quella fisica, ma come fortemente complementare. Con l’avvento di standard di connessione e trasmissione dati sempre più potenti e ubiquitari, è inevitabile che i modelli di esperienza di tutti gli aspetti della nostra vita quotidiana saranno caratterizzati da una crescente integrazione e ibridazione fisico-digitale.
La visita al museo, per fare un esempio ovvio e quasi banale, diventerà sempre di più un’esperienza di navigazione nella quale i percorsi della visita e la visione degli oggetti si accompagneranno a un costante riferimento a informazioni, suggestioni e stimoli sensoriali provenienti dalla sfera digitale, che in parte saranno parte del dispositivo museale stesso, ma in parte altrettanto se non più significativa proverranno da altre fonti e da altri dispositivi che il visitatore potrà liberamente richiamare e interrogare.
Ciò che è accaduto, e sta ancora accadendo durante questa fase della crisi, è che le persone stanno familiarizzando con questa dimensione digitale dell’accesso, da un lato aprendo nuove possibilità di esplorazione e sviluppo per le istituzioni culturali che hanno oggi di fronte interlocutori con interessi, aspettative e sensibilità già un po’ diversi da quelli di qualche mese fa, e dall’altro avendo la possibilità di raggiungere nuovi interlocutori che per varie ragioni erano restii o poco interessati a un coinvolgimento nello spazio fisico, ma che dopo questa modalità alternativa di accesso potrebbero essere disposti ad attraversare finalmente quella soglia invisibile che nella loro percezione soggettiva rendeva lo spazio fisico della cultura respingente se non ostile.
Questa è ovviamente una grande opportunità per un Paese come l’Italia, che potrebbe posizionarsi a livello internazionale come leader di innovazione di questa nuova sintesi tra dimensione fisica e digitale della produzione e dell’accesso culturale, ma che richiede la soluzione di due problemi importanti: l’effettiva disponibilità di una connettività digitale di qualità su tutto il territorio nazionale, e in particolare nelle aree interne dove oggi è spesso praticamente inesistente, e la creazione di una piattaforma digitale di natura pubblica che permetta da un lato di razionalizzare lo sforzo di innovazione (un po’ come ha fatto la RAI dei tempi d’oro nella fase eroica dello sviluppo dei media radiotelevisivi italiani) e dall’altro di dare spazio alle realtà più piccole e dinamiche che da sole non avrebbero possibilità reale di essere davvero presenti e visibili nell’ecosistema digitale contando soltanto sulle proprie forze. Per quanto la suggestione di una “Netflix della cultura” abbia un suo appeal immediato, bisogna riflettere in particolare sul fatto che ciò che davvero occorre non è una piattaforma pubblica che faccia concorrenza a quelle private nella vendita di contenuti culturali in streaming a pagamento, quanto piuttosto di un pubblico che sappia coprire quella dimensione pubblica che il privato non ha alcun interesse a coprire: una dimensione che si esprime nel sostegno all’innovazione socio-tecnologica a base culturale anche nelle sue forme più radicali e sperimentali, nell’inclusione e nell’alfabetizzazione digitale (non diversamente da quanto ha fatto, ancora una volta, la RAI degli Anni Cinquanta-Sessanta per l’alfabetizzazione tout court), nella valorizzazione e nella creazione di opportunità e visibilità per gli operatori più piccoli e interessanti e per i territori e le comunità più marginali.
Il terzo grande tema è quello dell’internazionalizzazione. In Italia si continua a pensare alla cultura e alla creatività come a una sorta di “condimento” per rendere più attraente e seducente il made in Italy manifatturiero. All’Italia manca quasi interamente una visione coerente di diplomazia culturale, e questo si riflette purtroppo nell’incisività ancora troppo debole della rete dei nostri istituti Italiani di Cultura, che funzionano, con poche eccezioni per quanto significative, più come centri di aggregazione per gli italiani espatriati che come veri poli di dialogo interculturale. Da questo punto di vista, il confronto con alcune delle reti globali di altri Paesi europei come il Goethe o il British Council è purtroppo impietoso, e per un Paese come il nostro che ambisce a un ruolo di “superpotenza culturale” questa è davvero una debolezza che non ci possiamo permettere, soprattutto se non vogliamo che la distanza dalla realtà induca gli osservatori esterni ad accogliere queste nostre dichiarazioni con una divertita condiscendenza.
Non commettiamo l’errore di pensare a questa crisi solo come un’emergenza da risolvere. Questo è il momento di affrontare alla radice le contraddizioni che affliggono la cultura in Italia da decenni, e con tutta probabilità non avremo un’altra occasione come questa per qualche generazione a venire. Soprattutto, non avremo una seconda possibilità. Non facciamoci trovare impreparati, e soprattutto disuniti. In momenti come questi, i settori culturali sanno essere i peggiori nemici di se stessi, facendo prevalere le logiche della competizione interna e quelle dell’auto-rappresentazione su quelle degli evidenti interessi comuni. Non è più il tempo. Noi che invitiamo sempre gli altri a uscire dalla propria comfort zone, per una volta diamo l’esempio: prendiamone atto e agiamo di conseguenza.
di Pier Luigi Sacco
Fonte: https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/politica-e-pubblica-amministrazione/2020/09/cultura-coronavirus-saggio-pier-luigi-sacco/