Fra i tanti e ambiziosi obiettivi del nuovo Governo Conte, c’è anche quello di costruire una “smart nation”: lo ha affermato esplicitamente il Presidente del Consiglio nel suo discorso programmatico alla Camera dei Deputati.

Far diventare l’Italia un Paese che si muova velocemente, che impari in fretta e che sia capace di adattarsi con intelligenza alle situazioni nuove è un compito ambizioso, ma non impossibile se si considera la trasformazione digitale come una grande piattaforma abilitante.

Un Ministero per l’innovazione può essere a tal fine uno fattore critico di successo, ma perché lo sia davvero sono necessarie alcune condizioni di contesto.

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La trasformazione digitale tra le priorità del Governo
Nel suo intervento programmatico, il presidente Conte parte dalla constatazione della necessità di un nuovo slancio per “una crescita integrale e inclusiva che ponga al centro il benessere del cittadino e del lavoratore, nella prospettiva di uno sviluppo equo e solidale”. Immediatamente dopo il Presidente ha delineato gli attori di questo sforzo che non possono che essere, insieme, intervento pubblico e iniziativa privata. Ha individuato poi le caratteristiche dell’azione pubblica: essere piattaforma “creando le condizioni materiali che consentano agli attori privati di agire, investire, crescere”.

Lo scenario in cui questa azione deve muoversi è quello della “quarta rivoluzione industriale” verso una digitalizzazione che sia motore sia per l’economia privata sia per la Pubblica Amministrazione. Lo strumento principe è il nuovo “Ministero dedicato all’innovazione tecnologica e alla digitalizzazione, che aiuti le imprese, oltreché la medesima Pubblica Amministrazione, a trasformare l’Italia – appunto – in una vera e propria Smart Nation”

Con questo discorso la trasformazione digitale entra dalla porta principale nel programma di Governo, definita appunto dalla locuzione “smart nation”.

Proviamo a partire proprio dall’aggettivo “smart”, usato qui dal buon retore Conte come “indicatore semantico” (invero un po’ cool) di una volontà di cambiamento. L’aggettivo ha avuto una vita movimentata nel lessico dell’innovazione: prima applicato all’intero pianeta “Smarter Planet” diceva IBM qualche lustro fa, poi alle città, le famose smart city più citate che agite, ultimamente ai territori intesi come smart land o smart landscape nel piano triennale della digitalizzazione della PA. Infine è ora molto in voga applicato al lavoro: quello smart working che si sta sviluppando nelle aziende private e affacciando timidamente nel mondo pubblico.

L’Oxford Dictionary definisce l’aggettivo smart come “intelligent; able to learn and think quickly”. Bene, è una definizione che mi piace e che penso si adatti molto bene a quello di cui abbiamo bisogno, contiene infatti alcuni elementi chiave della politica che auspichiamo: la velocità; l’intelligenza, intesa, secondo la definizione della Treccani, come “Complesso di facoltà psichiche e mentali che consentono all’uomo di pensare, comprendere o spiegare i fatti o le azioni, elaborare modelli astratti della realtà, intendere e farsi intendere dagli altri, giudicare, e lo rendono insieme capace di adattarsi a situazioni nuove e di modificare la situazione stessa quando questa presenta ostacoli…” ; l’attitudine ad imparare e a farlo in fretta.

Le condizioni per fare dell’Italia una smart nation
Prima condizione per fare davvero dell’Italia una smart nation è una governance chiara e un assetto istituzionale ed organizzativo definito, condiviso, esplicito nei ruoli e nelle responsabilità. Come ho già avuto modo di dire ora i mattoni per questa costruzione ci sono tutti:

c’è infatti una guida politica che ha la responsabilità della visione, dell’individuazione degli obiettivi, della coerenza di questi con la visione di Paese, che è indicata dal programma di Governo;
c’è un Dipartimento che a questa guida politica risponde e che deve avere la responsabilità di disegnare la strategia che permetta il raggiungimento degli obiettivi, di coordinare, sotto la supervisione politica, tutti gli enti (e sono tanti a cominciare dalle “in house” sia statali come la Sogei e la Consip, sia regionali) che in qualche modo hanno competenza sulla trasformazione digitale del Paese;
c’è infine un’Agenzia, l’Agid, che deve rispondere al Dipartimento (non al Ministro se non in forma indiretta) attraverso un contratto di servizio che ne evidenzi il compito di attuazione della strategia e che ne individui per ciò tempi e risorse certe, su cui veramente possa contare, tenendosi fuori da ogni contingenza politica.
Si tratta di non snaturare il disegno con perniciosi bypass o confusioni di assegnazioni di responsabilità o di riporti, magari dettati, come abbiamo purtroppo recentemente visto, da qualche inappropriata spartizione partitica.

Poi è necessaria una strategia che sia veramente rivolta a tutto il Paese, sia alla sua componente imprenditoriale, tenendo conto che le PMI italiane sono tra le meno digitalizzate d’Europa, sia alla Pubblica Amministrazione, perennemente in mezzo al guado delle eterne riforme, che chiede non nuove leggi, ma soprattutto chiarezza, accompagnamento e formazione per l’attuazione di quelle che già ci sono e, insieme, una trasformazione vera che non digitalizzi l’esistente, ma ripensi processi, relazioni e ruoli di ciascuna unità operativa.

Restando sulla trasformazione digitale della PA, per progredire nella direzione indicata serve anche una nuova strategia di Partnership Pubblico Privato basata sul rispetto dei ruoli, ma anche su una sostanziale base di fiducia. Una fiducia non ingenua, ma che ci aiuti a superare quella annosa e deleteria aberrazione che ci fa confondere patologia, da curare con attenzione e rigore, e fisiologia, che deve vedere invece strade spianate e regole chiare, semplici e incentivanti.

Cambiare il sistema del procurement pubblico
Fuor di metafora è assolutamente urgente cambiare dalle fondamenta il sistema del procurement pubblico. Tutto il procurement certo, ma con un’urgenza particolare quello che attiene all’acquisto di servizi nel campo dell’innovazione digitale. Sembra un discorso solo per tecnici, ma se non agiamo subito sulle regole, se insistiamo con strumenti fortemente distorsivi, se non diamo manuali e strumenti che rendano possibili i partenariati d’innovazione, i dialoghi competitivi, il pre-commercial procurement, il green procurement, se non modifichiamo radicalmente il mood secondo cui ogni offerta è potenzialmente fonte di corruzione e ogni buyer pubblico è un potenziale corrotto, per la nostra innovazione, non c’è speranza. E neanche per le nostre aziende e per il nostro sistema dell’offerta. Gran parte dell’offerta tecnologicamente avanzata è oggi in Italia appannaggio delle grandi multinazionali che, di fronte a regole sempre più bizantine e incomprensibili, scelgono semplicemente di investire altrove. Smobilitano uffici e laboratori, lasciano in Italia al massimo filiali commerciali, con un impoverimento strutturale del nostro futuro. E anche le aziende italiane vanno a produrre e a vendere fuori o su altri mercati. La PA rischia di diventare un deserto tecnologico o un rifugio appannaggio dei furbi.

Per questa politica serve poi una nuova prassi della pianificazione e del project management che, rispettosa di alcune regole fondamentali sempre valide (individuazione degli obiettivi e degli indicatori, delle risorse, dei tempi; studio di fattibilità, dove serve proof of concept, ecc.), approcci le grandi iniziative-Paese con la mentalità sperimentatrice di chi sa che un successo è sempre una delle opzioni tra tanti possibili fallimenti.

Partecipazione multi-stakeholder
Ma nulla di questo sarà possibile senza un costante metodo di lavoro basato sulla partecipazione multi-stakeholder per portare al tavolo dove si progetta e si decide il meglio dell’intelligenza del Paese, in un confronto di interessi in cui necessariamente l’ultima parola non potrà che essere del government, ma sarà una parola informata, aggiornata rispetto alle opzioni in campo, frutto di un continuo e proficuo dialogo. Le proposte in questo senso fatte a questo nascente Governo da Marco Gay, per Confindustria digitale, vanno in questo senso, come in questa direzione va tutto il lavoro di confronto, elaborazione e sintesi che abbiamo svolto e stiamo svolgendo con FPA.

Cabina di regia specifica sui fondi per l’innovazione
Ci aspettiamo infine un’armonizzazione degli interventi e delle politiche di innovazione che superi i giardinetti privati di questo o di quello e che veda una direzione univoca che individui priorità, che persegua obiettivi di medio-lungo periodo, che immagini e progetti un Paese frutto di scelte esplicite che, necessariamente, non potranno accontentare tutti.

In questo senso un importante snodo è costituito dall’impiego, in questi ultimi due anni di programmazione, dei fondi europei per l’innovazione. Una cabina di regia specifica sui fondi per l’innovazione, che coinvolga i due ministri competenti (Paola Pisano per l’innovazione e Giuseppe Provenzano per le politiche di coesione), il neonato Dipartimento per la trasformazione digitale, l’AgID e le regioni è quanto mai necessaria per evitare che, nei concitati mesi in cui si deve “far spesa” il più velocemente possibile, ciascuno vada per la propria strada e gli sforzi pur lodevoli siano vanificati dall’assenza di un orientamento comune e condiviso.

In conclusione, mi sento di affermare che costruire una “smart nation” è alla nostra portata, ma non con l’incerta governance dell’innovazione avuta sino ad ora, non senza una focalizzazione su obiettivi definiti e a cui si siano date chiare priorità (l’assenza di un ranking di priorità è forse il maggior limite del discorso programmatico di Conte), non senza una coerenza nativa nelle azioni, tutte urgenti, ma tutte inutili se non disposte in un disegno armonico.

di Carlo Mochi Sismondi

Fonte: https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/italia-smart-nation-ecco-le-condizioni-per-farla-davvero/